| Sotto il pallone |
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Sunday, August 31, 2003
30 agosto, ottavo giorno Siamo quasi alla fine. Oggi la maratona degli uomini, domani quella delle donne, e poi tutti gli atleti tornano a casa. Non il vecchio Za', che si farà una settimana di vacanza qui nella ville lumière, probabilmente assalito dai fantasmi parigini e intrappolato da un senso di vuoto di cui ho già parlato, ma comunque lontano dalla redazione, che non è male. Rimpiangerò i Mondiali di atletica, comunque, questo è sicuro. Che cosa rimpiangerò di questo evento? Bah, tante, troppe cose: il senso di nostalgia mi attanaglia già adesso e la tastiera un po' s'inceppa la tastiera sotto la pioggia che da ieri ha cominciato a cadere su Parigi, sugli atleti, e pure su Francesco Zardo. 31 agosto, ultimo giorno Non solo, ma in Italia ricomincia il calcio... Addio atletica. Oggi corre l'anniversario della morte di Lady D, schiantatasi con la sua macchina proprio qui a Parigi, a Pont d'Alma. Ieri l'Italia vince un'altra medaglia, un bronzo nella maratona con Baldini, un tipo biondo piuttosto simpatico che per fortuna non ci ha dato così tanto da lavorare essendo arrivato terzo e non primo. Oggi maratona femminile: sono carine le nostre maratonete, pure troppo, tanto che mi sembra che non si riesce ad andare sopra la venticinquesima posizione. E insomma, siamo agli sgoccioli. Mi mancherà questo mondiale, l'ho già detto. Sarà bene chiarirne i motivi. Quando un giornalista partecipa a un evento organizzato, come lo sono per esempio le competizioni sportive di un certo livello, riceve un cosiddetto badge, vale a dire un cartellino da appendere al collo, che lo qualifica come giornalista e lo identifica. Lo identifica, in questo caso per una settimana. Io ho un rapporto peculiare con questo genere di documento, così come con tutti i documenti d'identità: per una settimana, qui allo stade de France non solo il badge mi qualifica e identifica di fronte agli altri ma, ontologicamente, mi conferisce un'identità vera e propria, cioè lo vivo come una prova o quantomeno una conferma della mia esistenza, una conferma plastificata su 15 x 12 centimetri di cartoncino. La stessa sensazione di - diciamo così - "reità personale" l'ho provata in tutte le occasioni in cui ho ricevuto un badge. Più la manifestazione è importante, di norma, più questo cartoncino è grande, più è forte la conferma alla propria esistenza. Finiscono i mondiali, resto a Parigi una settimana senza badge, e il mio spirito ridiventa introspettivo al punto di sentirmi qualcuno o qualcosa di fumoso e trasparente che, senza più quel documento torna bene che vada a essere inghiottito nella collettività, o viceversa in questa terra di nessuno racchiusa tra passato e futuro in cui si svolgono tutte le mie giornate. Il badge, per una settimana, mi riallineava per una decina di ore al giorno col presente. Che altro mi mancherà dei mondiali di atletica? Nathalie, forse, la bella ragazzina "francojapanaise" - come mi ha detto lei stessa ieri - del bureau de tourisme: avrò nostalgia di lei, diviso come sono tra il pensiero di chiederle di fuggire insieme e sposarci, e il senso di nostalgia che suscita questa coetanea delle mie allieve digionesi, le ragazze di Zardo, M. le prof. Dopo aver seguito professionalmente per una settimana questi campionati mi sembra addirittura di poter riuscire a raccogliermi su me stesso, ricompattarmi, ricominciare a vivere nel presente. Ma non è stato, non è abbastanza... Nemmeno aver scritto un libro, è bastato. Vorrei vincere il torneo di Roland Garros per farmi vedere da Camillina, sulla televisione francese, numero uno del tennis mondiale arrivare fino a lì per lei. Stamattina pensavo: e se poi, vincendo Roland Garros, riuscissi a sperimentare in sé il piacere di vincere un torneo tennistico del grande slam? Senza pensare necessariamente a lei? Ridicolo: non ci riuscirò mai.
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