| Sotto il pallone |
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Friday, August 29, 2003
29 agosto, settimo giorno
Ieri ho finito il mio famoso capolavoro: per fortuna capolavoro non è. Si tratta di un lungo articolo sul percorso della maratona di Parigi. Accurato, completo, equilibrato, se vogliamo, ma non tanto brillante. Fortunatamente non è un capolavoro, dico, perché comunque seondo me non uscirà su nessun giornale. E poi ieri ho trascurato di aggiornare i miei cari lettori. Perché proprio ieri? Facile: ieri l'Italia ha beccato una medaglia d'oro! E a sorpresa, in più: quindi carico di lavoro triplicato per Za' che ha trascurato la sua vera vocazione (le note al margine) per qualcosa che si può vedere comodamente in tv (i fatti). Ma comunque sarà bene aggiornare tutti sui fatti. Giuseppe Gibilisco, ventiquattrenne siracusano, ha vinto la medaglia d'oro nel salto con l'asta, andando più su di bestiacce russe, svedesi, americane, tedesche e di tutti quei paesi che insomma ad atletica, di norma, ci fanno neri. Non è male tifare Italia ad atletica (anche se tutto sommato continuo a tifare per le squadre che c'hanno gli inni migliori): perché ogni medaglia è una festa. Se uno è russo o americano è abituato, è come tifare Juve. Se uno invece è italiano è come tifare - diciamo - Roma, cioè per ogni piccola cosa è una festa. E così ci possiamo di volta in volta appassionare a discipline di cui magari il giorno prima ignoravamo l'esistenza, o al più ascrivendola a posti freddi come la Finlandia, la Norvegia o l'Ucraina. Ora smetto perché mi ero scordato che devo scrivere un articolo. Oggi è una giornata più liscia: niente gare importanti, la tentazione di andarsene... Ma poi che faccio? Uno sta qui e gli prende una sorta di alcolismo da lavoro, finisci una cosa e ti senti che non sai più che fare, ci sono 3.500 giornalisti, anche se non parlo con nessuno mi sento meno solo. Perché un po' di senso di solitudine a un certo momento mi assale, a me, credo a tutti succeda, tranne forse alle persone non sole. Ma non voglio stare a piagne solitudine qui dalla ville lumière dove ieri il vecchio Za' ha avuto l'occasione di stringere la mano di un campione del mondo. Lo sapete che Giuseppe Gibilisco aveva ancora le mani segnate dall'impugnatura dell'asta? Di tutti gli sport dell'atletica il salto con l'asta mi sembra il più astratto dalle nostre gestualità quotidiane. Intendo dire che tutti gli altri li possiamo, non dico imitare, ma sono un'amplificazione di gesti che noi compiamo. Per esempio, oggi ho fatto una corsa per prendere la R.E.R. al volo (e ci tornerò): è un fatto distante anni luce, la mia corsetta, dalle semifinali degli ottocento metri che si svolgono oggi. Ma un'approssimazione del gesto l'ho fatta. Idem per il salto in lungo quando ho scavalcato la pozzanghera che si era creata sotto il semaforo (oggi a Parigi piove, per chiarezza). E poi peso, giavellotto, ecc. Ma non riesco a reperire, in nessun momento della mia quotidianità presente o passata, qualcosa che possa anche lontanamente essere ricondotta a un salto con l'asta. E me ne sfuggono i principi balistici. A proposito della corsetta per prendere la R.E.R.: tornando indietro nel mio passato di spettatore cinematografico eviterei con fermezza un film come Sliding Doors, quello delle due vite parallele di Gwyneth Paltrow che in una piglia la metro al volo e nell'altra la liscia. Mi ero scordato questa mia sensazione, nel vivere in una città come Parigi dove quello di entrare in un vagone di metropolitana è un gesto che uno compie mediamente otto volte al giorno. E ogni volta che m'infilo in un vagone mentre le porte si chiudono, o viceversa perdo di poco l'occasione, ecco che mi vengono in mente tutti i miei futuri possibili se l'avessi perso o se l'avessi preso e ogni volta, dentro o fuori del vagone, mi convinco di essere piombato nel continuum spaziotemporale peggiore dei due, e mi immagino che, nel mio passato, se avessi azzeccato la sequenza giusta di "porte aperte"/"porte chiuse" ora sarei, che ne so, campione del mondo di qualcosa, premio Nobel per qualcos'altro, a Flushing Meadows a prendere a pallate Roddick o - cosa che veramente mi preme, altro che il Nobel - sposato con Camillina. E invece no, colpa delle metropolitane. Wednesday, August 27, 2003
27 agosto, quinto giorno
Se continuo a cazzarare così non riuscirò a finire il mio capolavoro giornalistico parigino, di cui parlerò solo a cose fatte. Ma è più forte di me, non riesco ad astenermi dallo scrivere queste note al margine dei campionati di atletica, nonostante il casino che fanno i francesi qui allo stadio, il quale aumenta di giorno in giorno. Oggi non ho capito che gara c'è per cui lo Stade de France è tutto esaurito, per la prima volta compare il fenomeno del bagarinaggio, e si vedono persone con un cartello marcato "cherche place", 'cercasi posto'. Mi piacerebbe parlare dei colleghi, non sto nella pelle, ma non è corretto, e soprattutto non voglio farmi nemici. Però una cosa devo dirla, sempre in merito alla Martinez, di cui si diceva ieri, ai rapporti Cuba/Italia e al conformismo della nostra stampa nel trattare questo paese. Conformismo che non risparmia nessuno, e magari accadesse solo sullo sport. Ho memoria, soprattutto per fattori personali biografici, dell'"Unità" come giornale schierato, e la memoria, in questi anni amari, si è tramutata in nostalgia, che volete farci. Non pretendo, insomma, di leggere sull'Unità il resoconto della giornata sportiva dei russi come se ancora si trattasse dei sovietici, anche se mi piacerebbe, e lo troverei interessante più di ritrovare la stessa polenta su tutti i quotidiani. La Russia ha beccato fino adesso tre ori e tre bronzi, altrettanto ha fatto la Bielorussia, l'Ucraina ha preso due bronzi, la Lituania un oro: se ci fosse l'Urss avrebbero già beccato 15 medaglie, contro due ori e tre argenti degli Usa. Ma si parlava della Martinez, l'ex cubana che ha saltato ieri in maglia azzurra. Nella rassegna stampa che ho visto, le origini cubane dell'atleta sono (bene che vada) censurate, viceversa accennate e in un caso tributate all'anticomunismo: non so chi scrive che "Castro ha fatto l'ennesima cazzata lasciandosi sfuggire anche quest'atleta". Giuro che un giorno farò un'intervista personale a Magdelin per chiederle come si sta a Monticelli Brussati (Bs) rispetto a Cuba: nel frattempo ho avuto l'occasione di conversare dell'argomento con la collega spedita qui a Parigi dall'Unità, per l'appunto, a seguire l'evento. Tipicamente (e forse, lo ammetto, provocatoriamente) le ho chiesto se almeno lei seguiva un po' più a fondo la Russia, e mi ha guardato come se le avessi chiesto quanti ragazzini aveva mangiato a pranzo due ore prima. "Non mangio ragazzini: non mi piace la carne umana", ha risposto. Cioè: "Non seguo i russi, ci mancherebbe pure", ha risposto con piglio indignato. Le ho riportato l'attacco dell'articolo su Cuba e le ho chiesto se l'Unità, che non era inclusa nella rassegna stampa che ho sfogliato, avesse preso una posizione meno fascista. "Ma Castro è un dittatore", ha esclamato: "Giustizia donne innocenti, affama il suo popolo". Risparmio ai miei lettori il discorso castrista-leninista con cui avrei voluto replicare all'asserzione. Le ho detto solo, pacatamente: "Non siamo d'accordo". Veramente, nella stampa italiana e nel pensiero italiano non c'è riscatto all'anticomunismo, da nessuna parte? Tutto incoraggia la mia famosa dieta sportiva, qui a Saint-Denis. Or ora avevo voglia di un dolcetto: un desiderio raro, ma accade anche a noi atleti (mi dimetto da giornalista e divento un atleta, va'!) un calo di zuccheri. Il distributore automatico non caca nulla al di sotto dell'euro e mezzo. Per un Mars bisogna metterci due euro, quattro sacchi. Avevo un euro e venti, quindi niente dolcetto per il mezzofondista Za', meglio così. Quattro sacchi per un Mars: poi dicono male di Fidel Castro. Qualcuno si chiederà per chi faccio il tifo io: Italia? Francia? Macché. Tifo Russia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti, perché mi piace l'inno. Quando c'è la premiazione le due bande nelle curve smettono di rompere il cazzo e l'amministrazione dello stadio diffonde gli inni nazionali (qui vicino, devo dirlo, non ce la faccio più, c'è un giornalista che si alza in piedi a tutti gli inni nazionali): proprio ora entrano tre atlete per essere premiate... Cazzo, l'Inghilterra è seconda: primo il Mozambico, e sfido chiunque ad apprezzare, al primo ascolto, l'inno del Mozambico. Aria viziata, a St Denis. E' arrivato il collega spagnolo che non sente non vede ma parla del suo gallo da battaglia e risbatte i suoi piedoni nella mia postazione. Il Brasile ha vinto i 200 metri donne categoria ciechi: sono ben contento, mi piace anche l'inno brasiliano, mi ricorda i Mondiali di calcio dell'82, quando il calcio era ancora un vero sport. Speriamo che le premino subito, che tutti stanno a fa un casino dell'Ottanta e almeno durante l'inno brasiliano magari si azzittano. Ora basta, mannaggia alla morte: sono quasi le sette e non ho ancora attaccato il mio capolavoro giornalistico. E poi ci sono le interviste da fare. Tuesday, August 26, 2003
26 agosto, quarto giorno
Ritardo endemico, tanto per cambiare, ma grazie al cielo ancora non mi sembra ci siano stati eventi imperdibili, vedremo. Qualche nota di colore, per?, mi prendo il tempo di mettercela, non sia mai. La Francia per molte cose ha civilmente contenuto l'impatto dell'euro, e sta cercando di resistere all'impennata dei prezzi, ma non allo Stade de France, dove un tramezzinaccio da treno costa intorno ai due euro. Siccome - come in treno - se ne devono comprare due, per la confezione di plastica si vanno a spendere quattro euro, otto sacchi. E, si badi, è la cosa meno cara. Va bene per la dieta sportiva che sto facendo da un paio di mesi, che dà soddisfazione: ieri in ascensore dell'Hilton, due americani mi hanno chiesto - visto il lasciapassare al collo - se ero un atleta della nazionale italiana! Proprio non sembro un atleta, specie per una questione di struttura muscolare, ahimé, e il mio entusiasmo per la confusione dei due americani si stempera nell'idea che essi possano pensare a un fisico davvero atletico più che altro per i loro atleti e all'Italia come un paese pittoresco ma un po' depresso e denutrito che manda ai Mondiali a fare il salto in lungo o i 1.500 uno un po' sottotono come Francesco Zardo, tanto per fare presenza, e che dalle nostre parti, tutto sommato, non c'è di meglio. Ma invece da un punto di vista ottimistico vuol dire che la dieta fa effetto, e se oggi qualcuno vedrà un folle in camicia sulla pista che cerca di allinearsi alla finale dei 400 piani sarà lui, Za', galvanizzato dalle domande di due americani nell'ascensore dell'Hilton. Ancora colore e costume, dal vostro cronista sportivo preferito su Paris 2003eeeee. Mentre ricomincia l'ambaradan musicale varrà la pena di sfiorare qualche altro argomento extrasportivo. Si noti che le colonne sonore ufficiali (e non quelle delle due bande di coioni in curva di cui s'è parlato) qui allo Stade de France sono tutta roba o di cinema epico-fantascientifico, o comunque tutta roba d'impronta monumentale: quando ci stanno i 400 femminili, per es., mettono su la Cavalcata delle Valchirie, giuro. Tra le musiche che ho sentito diffondere dall'amministrazione dei Giochi ci sono poi Star Wars, i Carmina burana, I predatori, Jurassic Park, E.T... La Francia, come ho già scritto in un libro che i lettori di queste righe conosceranno, è un paese di enorme civiltà: per? hanno fatto pure loro Un posto al sole: si chiama Sous le soleil e invece di essere ambientato a Napoli stanno in Provenza o non so dove. Il mondo, su questo argomento, di divide in due: quelli che esaltano il genio italiano e quelli che si rammaricano dell'idiozia mondiale. I primi sono tutti contenti: ecco noi, sempre primi nel mondo, terra di artisti i cui prodotti e le cui idee seguitano a ispirare altri paesi vicini e lontani; i secondi si chiedono perché il germe del cattivo gusto sia sempre più rapido nel diffondersi e fertile nel riprodursi. Chi di voi appartiene alla prima categoria? Eh? Hanno appena premiato Kim Collins, il vincitore dei 100 metri di ieri: ottima organizzazione, hanno trovato il disco con l'inno di St Kitts ecc. in meno di 24 ore. Forse ce l'aveva lui. Aria viziata a St. Denis: dietro di me c'è uno spagnolo che porta 48 di piede e tende a cacciare i suoi piedoni nella mia postazione. Non è vero che le donne sono esseri inferiori, come io sostengo da un po' di tempo a 'sta parte. Lo sapevate che il record mondiale di lancio del disco è maggiore per le donne? Bene, io l'ho scoperto oggi: nel 1986 tale Jurgen Schult, tedesco dell'Est lanci? l'attrezzo a 74,06 metri; due anni dopo la sua connazionale Gabriele Reinsch faceva volare il suo disco a 76,80: due metri e 75 più in là. Bastano a rivedere la mia attitudine antifemminista? Non lo so: ho dovuto riguardare tre volte l'almanacco per convincermi che non avevo letto male. Mi sembra più efficace Nathalie, in prospettiva, la ragazzina del Bureau de tourisme di cui parlavo ieri, per convincermi ad abbandonare le mie posizioni. Per? ci devi lavorare, eh, Nat. Si comincia a lavorare: due italiane nella finale di salto triplo. Cioè, un'italiana, Barbara Lah e una cubana, Magdelin Martinez, che ha rinunziato alle belle spiaggette del suo paese, a girare a culo di fuori tutto il giorno e, soprattutto, a uno stato comunista, per rinchiudersi chissà in che condominio a - sentite - Monticelli Brussati, provincia di Brescia. Si capisce, pertanto, la ragione della sua aria incazzata e l'impeto che mette nei suoi salti. Magdelin Martinez è nata a Camaguey (Cuba) il 10 febbraio 1976, è alta quanto dico di essere alto io (1.78) e pesa 63 kg. (un po' meno di quanto vorrei pesare io grazie alla mia famosa dieta sportiva), gareggia con una società di atletica milanese, parla bene italiano, sta sempre incazzata, porta l'apparecchio per i denti, è bellissima. Barbara Lah è una goriziana spilungona di 31 anni della quale mi affascina la timidezza e il modo di parlare, ma soprattutto l'assonanza totale del nome con l'eroina dei fumetti fantaerotici di Jean-Claude Forest (l'autore del disegno in copertina di un libro che conosciamo bene...), portata anche sullo schermo da Roger Vadim e interpretata da Jane Fonda qualche secolo prima che la bella J.F. si consacrasse all'aerobica: Barbarella! Che in americano si pu? anche pronunciare Barbarallah, proprio come la nostra triplista, che oggi è bravissima e si piazza al sesto posto! E la Martinez? Ancora più brava: è terza e molla all'Italia la prima medaglia: un bronzo, ma meglio che niente. L'italiana Martinez: dov'è che ha imparato a saltare cos?? Se non era per Fidel Castro e per il Che Guevara, il medagliere italiano stava ancora a zero, e oggi nessuno mi rompa l'anima perché sono comunista. Fosse nata in Italia, la bella Magdelin starebbe a sculettare in qualche trasmissione televisiva, altro che medaglia ai Mondiali. Brava Magdelin, que viva Castro. Monday, August 25, 2003
Oltre, il pallone, si potrebbe dire, visto dove sono e da dove scrivo in questo momento, cari lettori. 24 Agosto, secondo giorno Zardo va alle Olimpiadi! Veramente non sono proprio le Olimpiadi, ma Parigi, Mondiali di atletica 2003. Oggi è il secondo giorno, una domenica, ed eccomi qui, animato dalla mia passione sportiva, s?, ma conquistato comunque da un evento non calcistico. La varietà delle discipline, del tipo di gara, della stazza e della struttura fisica degli atleti, in un'occasione come questa di Parigi, garantiscono di per sé di non annoiarsi. E poi Parigi: vogliamo mettere? Al di là di tutta una serie di dati storici e culturali, va detto che l'evento sposa una serie di mie istanze private nello svolgersi proprio qui, nel cuore d'Europa, e nel cuore infranto proprio del vecchio Za' che torna in Francia a raccattarne qualche coccio rimasto indietro. Ma la mia personale raccolta di cocci non è interessante sul piano tecnico e sportivo, lo ammetto, e invece sarà bene sforzarsi di parlare anche di sport. Allora, la sfida su cui il pubblico franco-svedese si è accalorata fino adesso di più era quella nell'eptatlon, che per chi non lo sapesse è la risposta femminile al decatlon e consta di otto specialità, anziché dieci: 100 ostacoli, salto in alto, lancio del peso, 200 piani, salto in lungo, lancio del giavellotto, 800 piani. Sette! Sette specialità volevo dire, appunto, in cui la sfida è stata serrata e seguita come una partitona di calcio, qui allo Stade de France di St. Denis, proprio in virtù del fatto che una francese era tra le favorite: Eunice Barber, che per? alla fine ha ceduto a una svedese di vent'anni, Carolina Kluft, la quale si è portata appresso abbastanza tifo da far esplodere lo stadio in boati ed applausi ogniqualvolta si avvicinava al giavellotto o a una pedana (sempre che questo tripudio non si dovesse a un generale ostracismo antifrancese di tutto il resto dello stadio) tanto per equilibrare l'istanza di un oro che i parigini avrebbero apprezzato già entro domenica, dovunque provenisse. Ma comunque anche i francesi apprezzano il contenuto sportivo della sfida, che oltrepassa qualunque campanilismo, e sono loro per primi ad acclamare la vittoria finale della svedesèn: alla fine delle prove di eptatlon le atlete si abbracciano e poi fanno il giro dello stadio tutte insieme e non si scannano, insomma, come avevano fatto i centometristi poco prima, quando... Jon Drummond, velocista americano, nella seconda batteria dei quarti di finale viene squalificato per falsa partenza insieme a un giamaicano. Due squalificati per la stessa falsa partenza sono un fatto anomalo e lo statunitense, che peraltro ha 35 anni e non 15, si sdraia per protestare sulla pista: "Non mi muovo". Dopo cinque o sei minuti si alza e se ne va, ma intanto i giudici lo riammettono sub iudice: corra pure, e poi vediamo. E allora si incazzano quegli altri, e tutta la batteria sciopera, se ne vanno tutti. Lo spettacolo deve continuare, e arriva la batteria successiva. Solo successivamente rientrano gli scioperati, ma Drummond non c'è più, e lo vediamo singhiozzare disperato, nello stadio di riscaldamento. Il velocista, che ha tatuato il suo nome, Jon, sul braccio sinistro, si butta poi nell'acqua della siepe e se ne sta cos? mentre la batteria riparte. Comunque non è proprio malaccio stare qui allo Stade de France, scrivere in tribuna stampa nella brezza del lungo tramonto parigino: un privilegio? S?, piccolo, ma un privilegio s?, non è giusto lamentarsi sempre. E il privilegio non consiste tanto che questo è uno degli stadi più belli del mondo (alla fine chi se ne frega degli stadi), ma forse proprio nella serata parigina che cala qui mentre si scrive, forse proprio per questi lunghi tramonti di fine estate, tanto per non staccarsi da questo passato che mi àncora proprio a Parigi e alla Francia, e si parla ormai di quasi tre anni fa. Tornando allo sport, visto che ne succedono, pure di cose sportive, va detta una cosa su chi fa atletica. Gli atleti italiani, per parlare di loro, sono quasi tutti gentilissimi, tutti umani! Io sono abituato ai calciatori: anche mezze seghe come Zebina o Marazzina si comportano come se fossero Iddio in terra. Qui ci sono atleti tra i migliori trenta del mondo a fare una cosa i quali stanno sempre allegri, rispondono volentieri e calorosamente e - cosa meno scontata di tutte - dicono cose mediamente intelligenti. Ne riparleremo, ora sarà bene rimettersi al lavoro, sempre che io voglia conservare questi miei famosi privilegi, c'è da lavorare, non possiamo perdere troppo tempo a scrivere, eh. Oggi tre etiopi fanno neri tutti gli altri nei 10.000: primo Kenenisa Bekele, secondo il mito vivente del fondo Haile Gebrselassie, terzo Sileshi Sihine. Certo se uno si chiama Rivera o Platini è più facile ricordare il suo nome e scriverlo correttamente. L'incidenza di un refuso anche piccolo, nell'atletica, è piuttosto alta. Domanda: chi è il calciatore famoso col nome più difficile del mondo? I brasiliani la mettono facile: se uno si chiama Edson Arantes do Nascimento, per esempio... Comunque è un piacere vedere gli etiopi tutti sorridenti dopo aver schiantato la gara. 25 agosto, terzo giorno Arrivo mentre premiano la bionda che ha vinto l'eptatlon: ieri alla premiazione c'era il principe di Monaco, oggi uno che non so chi è. Anche oggi, come ieri, Carolina Kluft ha le unghie pittate di giallo e blu in omaggio ai colori del suo paese, la Svezia: certo che a vent'anni un'emozione individuale così dev'essere forte, forse più che in altri sport dove vince sempre la stessa persona. Brava Carolina. Intanto c'è il salto in alto maschile, quello con l'asta femminile e il lancio del martello. "Occhio ai martelli", mi avverte giustamente il collega di Roma, e mi rammenta quest'attitudine un po' naive che ho verso l'atletica e forse anche verso altri sport, che è un po' quello di una vecchia zia. A costo di ripetermi vorrei ricordare che questi ragazzi qui, in qualunque specialità, stanno almeno fra i primi quaranta cinquanta al mondo. In alcuni casi la differenza fra il primo e il sessantesimo non è più lunga di dieci centimetri, o di mezzo secondo. E insomma, chiunque io veda giù nello stadio a saltare, lanciare, correre, mi viene sempre da dirgli "Che bravo!" con vera ed entusiasta ammirazione. E se ci penso bene il mio non è un eccesso di zelo, e la mia attitudine non va confusa con quella della zia che assiste commossa alle stonature del nipote alle selezioni provinciali dello Zecchino d'oro: questo è veramente un grande spettacolo. Ora basta, però, rischio di cominciare a scrivere banalità sulla bellezza dello sport, sui valori del dilettantismo, ecc., e di retorica su 'sti argomenti ce n'è fin troppa. E intanto ci sono le semifinali dei cento metri e la finale del salto triplo: più di così... Un inciso sulla musica ci vuole. In una curva e nell'altra ci sono due specie di bande: una più ritmica, con le percussioni e una trombetta o un trombone o non so che; l'altra con meno tamburi e più ottoni. Primo giorno: ah, c'è la banda, che bravi; secondo giorno: però, anche oggi tutto il giorno a suonare, quanto fiato che hanno; al terzo giorno hanno rotto il cazzo quasi a tutti, non ne parliamo a me che il mio sport preferito è il tennis perché si gioca in silenzio. Tutti chiusi in 15 centesimi di secondo i finalisti dei cento metri, in due centesimi i primi quattro, ma questo lo scrivo solo per bellezza, che ormai non me ne frega più niente e anzi fra un po' me ne vado, resto solo qui per fare un po' bellezza e per non farmi cacare il cazzo dagli altri giornalisti che se no ti dicono "Ah, già hai finito", con l'aria di chi è più esperto e passerà la notte allo stadio. Niente americani nei primi tre, comunque, e vince uno di un'isola che non so nemmeno pronunciare, delle Antille: si chiama Kim Collins e ha 27 anni. Evento sportivo della giornata? Al banco dell'azienda di soggiorno ho conosciuto una ragazzina francese, Natalie... Spero di riparlarne.
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